Risposta breve: no. E adesso la risposta lunga.
ChatGPT può offrire spunti basati sull’enorme quantità di dati su cui è stato addestrato, ma solo lo storico dell’arte possiede gli strumenti critici per vagliare un’attribuzione, i titoli accademici perché il suo parere abbia valore legale e l’esperienza necessaria per evitare gli errori tipici dell’intelligenza generativa.
Chiunque può fare un bendaggio, e può anche farlo bene. Ma solo un medico può formulare una diagnosi e rilasciare un certificato.
Allo stesso modo, affidarsi a una macchina quando si parla di opere d’arte è rischioso; affidarsi a chi, o a cosa ha come principale fonte Internet può esserlo ancora di più.
ChatGPT utilizza ciò che le è stato “insegnato”, basandosi prevalentemente su contenuti online. Tra questi, un ruolo importante lo giocano i cataloghi d’asta, che, non me ne vogliano, rispondono anche a logiche commerciali, nella quale titoli e attribuzioni talvolta vengono proposti con una certa disinvoltura, e solo raramente sono supportati dal parere approfondito di uno specialista.
Gli storici dell’arte, al contrario, sono specialisti di singoli pittori, scuole e periodi. Chiederesti a un cardiologo di curarti una gamba? No. Non perché non sia un medico, ma perché non è il suo ambito.
Nelle aste sembrano comparire sempre gli stessi nomi: Reni, Caravaggio, Guercino, Bruegel.
Le ricerche restituite dall’AI vanno quindi controllate scrupolosamente e validate attraverso studio ed esperienza, anche quando risultano persuasive.
Alla domanda sui nomi più frequenti nei cataloghi Old Masters, ChatGPT indica Canaletto, Reni, Guercino, Tiepolo, ma solo su mia richiesta esplicita aggiunge Bruegel, insieme a Hals e Teniers.
Questo rivela un limite strutturale, cioè che l’AI restituisce ciò che è più presente e ripetuto online, non necessariamente ciò che è corretto o rilevante.
Un altro esempio riguarda le immagini generate: alla richiesta di raffigurare uno storico dell’arte, il risultato è quasi sempre un uomo. Eppure oggi molte studiose e professioniste dell’arte sono donne (sicuramente la maggioranza delle laureate è donna). La macchina replica stereotipi sedimentati nei dati: se i nomi celebri sono maschili, l’immaginario restituito seguirà quella direzione.
Si possono fare danni anche “con una penna”, con un titolo, con un’attribuzione, con una lettura iconografica sbagliata. Non dico di no,
Sbagliano gli esseri umani — e sbagliano anche le intelligenze artificiali — ma spesso attribuiamo autorevolezza a ciò che non ne ha.
Nel caso dei dipinti, in gioco non ci sono solo soldi, ma anche affetti, identità familiari, memorie.
L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma resta uno strumento. Non sostituisce lo sguardo allenato, il dubbio metodico, la responsabilità di una firma.
In arte, come in medicina, la differenza non sta nell’avere una risposta, ma nel sapere perché è quella giusta.
