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Basilius Besler, Hortus Eystettensis, “Mandragora foemina”, Norimberga, 1613, manoscritto nel fondo della Biblioteca Angelica, Roma

Mandragora femmina

La mostra Il Perturbante presso la Biblioteca Angelica di Roma offre l’occasione di ammirare l’Hortus Eystettensis di Basilius Besler, un capolavoro del 1613 che intreccia rigore scientifico e suggestioni esoteriche. In questo monumentale volume del Seicento, la Mandragora foemina occupa un posto d’onore per via della sua radice definita Anthropomorphon, termine che Besler utilizza per sottolineare come la pianta rappresenti in qualche modo il tronco e le membra umane.

Come recita il testo originale: “Andragora fomina Pythagorich allufione, qui, quod hominis truncum artúf-que urcunque repra fentaret, radicibus quandóque duo crura: clunes referentibus, Anthropomorphon dixit s nomen fium traxisse videtur à Germanicà de-Man & fragen / quasi hominis effigiem gereret”. La Mandragora, secondo la leggenda pitagorica, la cui radice a volte assume la forma del tronco e degli arti di un uomo, a volte con due gambe e glutei distinti, è detta antropomorfa: sembra che il nome derivi dal tedesco de-Man & fragen (cioè “chiedere all’uomo”), come se portasse la forma di un uomo. Questa somiglianza morfologica ha alimentato per secoli il mito della mandragora come creatura di confine tra il regno vegetale e quello animale, celebre per la leggenda secondo cui la radice, ricordando un piccolo corpo umano, emetterebbe un urlo fatale nel momento in cui viene estirpata dal suolo.

Il Perturbante. Follia, esorcismi, stregoneria, magia, cabala e alchimia nel fondo antico della Biblioreca Angelica. Mostra a Roma, 2-22 Marzo 2026 presso la Biblioteca Angelica, a cura di Pietro Oliva – Fiammetta Terlizzi – Alessandro Orlandi

Dal punto di vista simbolico, la mandragora incarna perfettamente il concetto di perturbante poiché la sua forma familiare ma aliena evoca poteri magici e rituali apotropaici. Besler osserva criticamente la tendenza di certi autori a forzare questa somiglianza per scopi puramente suggestivi: “Catera anglia circulatorum commenta, fculpendo inde formam hominis ad fuperstitiones efiormantia, potius riden”, ovvero altri commentatori inglesi scolpirono la forma dell’uomo, facendo crescere superstizioni, piuttosto che ridere. Molti illustratori medievali e rinascimentali hanno infatti enfatizzato la forma umana della radice per alimentare miti e credenze popolari, allontanandosi dalla pura osservazione botanica. Besler invece, pur citando le leggende, mantiene una descrizione morfologica dettagliata: “Radices promiflac, crafla, capillaribus fibris hirfuta, Foris fufca, intus alba, trifidis vel bifidis proceflibus demiflis, crurum modo inter fe convolutis, differminantur; folia prope terram gerunt, quafi orbiculatim digesta, longa, venofa, rugo”. Le radici sono carnose, grosse, ricoperte di filamenti pelosi; fuori sono scure, dentro bianche, con processi bifidi o trifidi; a volte le radici sono intrecciate tra loro come gambe; le foglie stanno vicino al terreno, quasi distribuite a raggiera, lunghe, venose, rugose.

L’opera di Besler emerge così come una sintesi mirabile tra l’osservazione dei cicli stagionali e la persistenza di antiche iconografie. La mandragora diventa l’emblema di una natura che non è solo da catalogare con precisione barocca, ma anche da interpretare attraverso le stratificazioni culturali che ha generato nei secoli. La presenza di questo prezioso esemplare alla Biblioteca Angelica restituisce al pubblico moderno la complessità di un’epoca in cui la scienza delle piante era ancora profondamente intrisa di alchimia e mistero.

Basilius Besler, Hortus Eystettensis, “Mandragora foemina”, Norimberga, 1613, manoscritto nel fondo della Biblioteca Angelica, Roma

“Mandragora foemina”, Norimberga, 1613, (particolare), manoscritto nel fondo della Biblioteca Angelica, Roma
“Mandragora foemina”, Norimberga, 1613, (particolare), manoscritto nel fondo della Biblioteca Angelica, Roma