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Giovanni Battista Lampi, Fuga da Roma delle Vestali, olio su tela, cm.48,5x64, firmato e datato a sin. "Lampi f. / 1803", Castello del Buonconsiglio di Trento

Fuga da Roma

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme. 

Nel piccolo dipinto Fuga da Roma delle Vestali (olio su tela, cm.48,5×64, firmato e datato a sin. “Lampi f. / 1803”, conservato al Castello del Buonconsiglio di Trento), Giovanni Battista Lampi mette in scena un momento che non appartiene alla cronaca, ma alla memoria simbolica di una civiltà: la fuga delle sacerdotesse di Vesta mentre Roma finisce di essere il centro del mondo pagano.

Ispirato alla storia romana, è ispirato all’episodio riferito da Tito Livio, che descrive la fuga dal tempio di Vesta durante l’invasione di Roma dei Galli Senoni, in particolare qui la scena dell’incontro col plebeo Lucio Albino, che aiuta le vestali, le quali traslocavano le importanti suppellettili sacre, le fa salire sul suo carro in nome dell’intero popolo romano, del quale stavano salvando le vestigia.

Non è una scena d’azione. È un congedo.

Le Vestali non corrono, non gridano, non si disperano. Avanzano con passo misurato, portando con sé gli oggetti sacri e il fuoco simbolico che garantiva la continuità dello Stato romano. Il loro movimento non è fuga nel senso moderno del termine, ma traslazione del sacro: ciò che deve sopravvivere viene sottratto alla rovina.

Giovanni Battista Lampi 1751-1830), pittore attivo tra Italia e Vienna e noto soprattutto come ritrattista di corte, affronta qui un soggetto storico con sensibilità neoclassica. La scena è costruita come un teatro morale, dove i gesti sono leggibili, i volti composti, la drammaticità trattenuta. Non c’è il caos della caduta, ma la consapevolezza della fine.

Questo controllo emotivo è tipico del gusto tardo settecentesco. La storia antica non viene rappresentata per il suo pathos distruttivo, ma come exemplum, un modello di comportamento, un’allegoria della virtù che resiste al disastro. Le Vestali non salvano Roma, salvano l’idea di Roma.

Il soggetto riflette anche l’interesse antiquario del tempo. Costumi, oggetti rituali, architetture allusive costruiscono un’antichità credibile più che filologicamente esatta. Non si tratta di ricostruire il passato, ma di renderlo moralmente intelligibile allo spettatore contemporaneo.

In questo senso, la fuga diventa un dispositivo narrativo: permette di mostrare il passaggio tra due epoche. Le figure che si allontanano non appartengono più al mondo che lasciano, ma non sono ancora parte di quello che verrà. Sono sospese in una soglia storica, e proprio questa sospensione conferisce alla scena la sua forza.

Nel dipinto di Trento, Lampi traduce l’evento storico in un manifesto di equilibrio neoclassico. Non c’è traccia di caos, perché la fuga è una processione ordinata, dove ogni gesto è calibrato per trasmettere dignità e compostezza. La luce non serve a creare dramma, ma a definire con precisione scultorea i volumi delle vesti e la sacralità degli oggetti salvati. È un’opera che rifiuta la concitazione della cronaca per cercare la stabilità del simbolo: le sacerdotesse non scappano, ma traslocano solennemente la memoria di una civiltà, rendendo la storia un modello di virtù intramontabile.

Guardare oggi questo dipinto significa confrontarsi con un’idea di storia come successione di rovine e sopravvivenze. Le civiltà non scompaiono di colpo, lasciano tracce, rituali, simboli che attraversano il tempo trasformandosi. Il fuoco delle Vestali, più che una reliquia religiosa, diventa metafora della memoria culturale.

Lampi non dipinge la fine di Roma.

Dipinge ciò che di Roma non può finire.

Bibliografia: Un ritrattista nell’Europa delle corti. Giovanni Battista Lampi 1751-1830. Catalogo della mostra a Trento, a cura di Mazzocca-Pacheri-Casagrande, ed. Prov. Auton. Trento, Castello del Buonconsiglio 2001, n. 57, pp. 302-305 con figg.