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Abraham Brueghel (1631-1697), Donna con fiori e frutta, firmato e datato "A. Breugel fecit Roma 1669", Parigi Museo del Louvre, olio su tela, cm. 128x149

Natura Morta o Allegoria

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme. 

Abraham Brueghel (1631-1697), Donna con fiori e frutta, firmato e datato “A. Breugel fecit Roma 1669”, Parigi Museo del Louvre, olio su tela, cm. 128×149. Dalle notizie nella scheda di catalogo del Louvre si tratta forse di una figura allegorica dell’estate o dell’autunno oppure dei cinque sensi, del gusto. La figura femminile non pare di mano di Brueghel, ma di pittore italiano, forse di Antonio Gherardi (1644 – 1702), allievo di Cortona e Mola, attivo a Roma oppure di Francesco Allegrini (1624?–dopo il 1679), viene proposto il nome di Pieter Paul Rubens, che francamente mi sentirei di escludere.

Il genere della Natura Morta è assoluto protagonista nell’Europa tra Manierismo e Barocco, soprattutto in Italia e nelle Fiandre. Sul finire del Cinquecento e per tutto il Seicento intere botteghe di pittori si dedicarono a frutti, fiori, animali, stoviglie, tappeti, definendo quella che “morta” è poco, anzi molto animata messa in scena, che permette di stare sul dettaglio e arrivare ad un realismo della rappresentazione, per esempio di un gallo o di un piatto d’argento, molto suggestivo. Alcuni pittori si specializzarono nel dipingere frutta o animali e venivano chiamati appositamente a completare composizioni di figure per ottenere il risultato qualitativo più alto.

Il dipinto rappresenta una giovane donna elegantemente vestita che si sporge sopra una tavola piena di frutti e fiori mentre allunga il braccio per prendere qualcosa da una coppa colma di prodotti della natura. La scena è ambientata in uno spazio scuro, con uno sfondo in cui si intravedono cielo e alberi. La luce illumina soprattutto il volto della donna, il braccio e la massa colorata dei frutti sul tavolo. La figura femminile ha i capelli raccolti e fermati da una sottile fascia dorata, indossa un abito scuro con una scollatura ampia e maniche chiare e la sua postura è inclinata in avanti con il braccio sinistro disteso verso la coppa. La mano destra appoggiata al bordo del tavolo suggerisce il momento in cui sta per scegliere o assaggiare un frutto e per questo la scena viene interpretata come un’allegoria del piacere dei sensi e dell’abbondanza della natura.

Sul tavolo davanti a lei sono disposti molti tipi di frutti in primo piano si vede un grande grappolo di uva bianca, con acini chiari e luminosi, che pendono verso il bordo del tavolo. Lì vicino si trovano alcune pesche tonde con la buccia vellutata, sfumata tra giallo e rosso e poi piccole susine scure di colore violaceo. Più al centro della tavola vi é una coppa piena di frutti tra cui diverse pere giallo verdastre e fichi verdi maturi. Sparsi intorno alla coppa ci sono altri piccoli frutti e foglie di vite con i loro caratteristici margini seghettati, mentre sulla destra, in primo piano, è raffigurato un grande melograno aperto coi suoi chicchi rossi lucidi, che emergono dalla polpa chiara. Accanto al melograno si trovano altre mele e probabilmente agrumi come limoni o cedri riconoscibili dalla forma allungata e dal colore giallastro. Tra i frutti sono sparse foglie e ramoscelli che danno l’impressione che siano stati appena raccolti da un giardino o dal frutteto.

Sul lato sinistro della composizione si trova un grande vaso di terracotta o ceramica colmo di fiori, tra questi si distinguono rose rosa con petali ampi e morbidi, garofani dai petali frastagliati, piccoli fiori bianchi simili al gelsomino e altri fiori ornamentali che si intrecciano tra loro formando un bouquet molto ricco. Alcune foglie lunghe e scure si alzano verso l’alto, mentre altri rami si piegano verso la tavola creando un collegamento visivo tra il vaso e la massa di frutti davanti alla donna. I colori dei fiori variano tra rosa giallo bianco e rosso e contrastano con il fondo scuro del dipinto.

La tavola è di legno massiccio e i frutti sono disposti in modo molto studiato per creare un equilibrio tra colori e forme. Le superfici lucide dei frutti maturi, le foglie verdi e i petali delicati dei fiori mostrano l’attenzione del pittore per i dettagli naturali tipica della pittura fiamminga l’insieme dell’immagine comunica un senso di abbondanza e di ricchezza naturale ma allo stesso tempo suggerisce l’idea che il piacere dei sensi e la bellezza della natura siano momenti temporanei perché i frutti maturi e i fiori che appassiscono ricordano la fragilità e la fugacità delle cose della vita.

Non è mai noioso e inutile descrivere un quadro, con precisione ed in ogni parte di esso. Soprattutto quando scrivo una perizia per un collezionista, mi soffermo per uno o due paragrafi in questo esercizio. Inanzitutto mi permette di “costringermi” a guardare tutto senza tralasciare nulla, poi a metterlo nero su bianco, infine a ricontrollarlo. Molte volte, nel tempo, le perizie degli storici dell’arte è capitato perdessero le foto allegate e, non potete immaginare quanto spesso, da lì sono scaturite truffe degne di Totò. Semplificando, se io do un parere scritto su una Madonna col Bambino o una Natura Morta, per esempio attribuendo il primo a Reni e la seconda a Brueghel, il valore dell’opera si concretizza, però esiste una quantità infinita di Madonne e di Nature Morte, quindi, senza che spiego olte, avete già capito cosa accade. Le truffe nel mondo dell’arte sono frequenti, perché ci sono in ballo molte componenti, valore artistico ed economico, ma altresì valore egoistico ovvero narcisistico, quando qualcuno innalza il suo ego guadagnando fama e denari tramite l’arte.

Luca (di Simone) della Robbia, Madonna del Roseto a Firenze nel Museo del Bargello; Andrea della Robbia, Madonna col Bambino, Parigi Museo del Louvre; Luca della Robbia il Giovane, Teschio, Milano Castello Sforzesco

Il glitch della perfezione

Questa terracotta invetriata merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi la guardiamo insieme. 

La terracotta è fragile. Eppure, nelle mani dei Della Robbia, diventa durata. Non è il marmo a definire il Rinascimento, ma la capacità di rendere stabile la materia. Il bianco non è un colore innocente, è una scelta tecnica. La perfezione non è assenza di difetti, è controllo della superficie. Tolto il mito del marmo resta una questione molto concreta: quale materia resiste. È da qui che conviene partire. I

Il titolo è un gioco ossimorico, perché glitch è un errore tecnico, quindi in questo scenario si verificherebbe un eccesso di perfezione che crea straniamento,

Se il Rinascimento fosse un sistema operativo, Luca (di Simone) della Robbia (Firenze, 1400 – 1482) sarebbe lo sviluppatore che ha inventato il cloud del design: la terracotta invetriata. Leggera, impermeabile, democratica ma elegantissima. Mentre i suoi contemporanei lottavano con i capricci del marmo, Luca “renderizzava” il divino in bianco e blu – e tutti gli altri colori puri – creando pezzi che oggi definiremmo pop per la loro capacità di parlare a tutti, ma con una grazia che ancora ci sconcerta.

Una sorprendente Madonna del Roseto a Firenze nel Museo del Bargello (1460-1470) ci fa dimenticare le mani sporche dell’artista, che usava argilla plasmabile che trovava sulle rive dell’Arno vicino alla casa dei suoi genitori. 

“… fatto egli conto dopo queste opere [di bronzo e di marmo] di quanto gli fusse venuto nelle mani e del tempo che in farle aveva speso, conobbe che pochissimo aveva avanzato e che la fatica era stata grandissima, si risolvette di lasciare il marmo et il bronzo e vedere se maggior frutto potesse altronde cavare. Perché, considerando che la terra si lavorava agevolmente e con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che di quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; perché, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato a dosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne. Del qual modo di fare, come quello che ne fu inventore, riportò lode grandissima e gliene averanno obligo tutti i secoli che verranno.” (Giorgio Vasari, Vita di Luca della Robbia scultore, in Le Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori, 1568)

Una famiglia al servizio dell’arte i Della Robbia, degli artigiani ad altissimo livello di specializzazione. 

Prendiamo il tondo della Madonna col Bambino del Louvre, che mette la Purezza in un cerchio. È un’opera di Andrea della Robbia (1435 – 1525), la quale funziona come un’interfaccia utente perfetta: pulita, essenziale. Il tondo non è solo una cornice; è un perimetro sacro che isola i soggetti dal rumore del mondo.

Qui la tecnica dell’invetriatura tocca vette di candore quasi lunare. La pelle dei protagonisti brilla di una luce che non è riflessa, ma sembra emanata dall’interno. È una bellezza algida ma non distante. Se dovessimo descriverlo con una metafora moderna, diremmo che Della Robbia ha applicato un filtro ad alta risoluzione alla devozione, eliminando le asperità della terracotta grezza per regalarci un’immagine che sembra uscita da un sogno sottovuoto.

Spostiamoci a Milano, al Castello Sforzesco. Qui troviamo un pezzo che rompe la narrazione rassicurante delle Madonne fiorentine: il Teschio (ca. 1500 – ca. 1520), un Memento Mori che non t’aspetti. 

È un’opera perturbante di Luca della Robbia il Giovane (1475-1548 ca.). Vedere la morte trattata con la stessa finitura lucida, quasi ceramica, di un cherubino crea un corto circuito estetico. È un memento mori che non sa di polvere, ma brilla di un’eternità sintetica. In questo teschio, la morte non è una fine caotica, ma un passaggio ordinato, cristallizzato in quella superficie vitrea che non conosce corruzione. È la versione rinascimentale di un’estetica minimalist-dark, l’essenza dell’uomo spogliata di tutto, tranne che della sua forma geometrica più pura.

Luca (di Simone) della Robbia non era un semplice artigiano, era un visionario che aveva capito come rendere il sacro fruibile. La sua bottega era il quartier generale di un’estetica che voleva durare “in eterno”, sfidando le intemperie e il tempo. E Luca il Giovane è riuscito a portare ancora oltre la conversazione artistica con ciò che non vediamo ma supponiamo, il divino nel terreno. 

L’uso dello stagno e del cobalto ha prodotto un successo alchemico, un’innovazione per così dire alla portata di tutti. La resistenza inedita della terracotta invetriata si piazza sul mercato del collezionismo pubblico e privato, laico e sacro, bypassa i problemi del marmo che di macchia e della pittura che sbiadisce o subisce l’umidità. Che cosa non è il genio? Ma una famiglia di geni lo è di più. 

Luca (di Simone) della Robbia ha inventato la tecnica della terracotta invetriata, mentre gli altri scultori proponevano alla committente opere in marmo, splendide ma impegnative, lui fu più “smart”. Il segreto della mescola nella sua bottega venne poi trasmesso solo alla famiglia, come un moderno brevetto. Tutto ciò che è fatto di quel materiale è Della Robbia, escludendo copie, imitazioni e moderni merchandising, per la gioia degli storici dell’arte. La resistenza agli agenti atmosferici e la relativa economicità rispetto al marmo ne ha favorito la diffusione con funzione votiva da esterni. 

Oggi lo chiameremmo industrial design di lusso. Eppure, in quel bianco lattiginoso, sopravvive un’anima che nessuna produzione in serie potrà mai replicare. È la prova che anche nel rigore di una formula chimica può nascondersi la scintilla del genio.