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Dipinto a sin.: Viviamo Codazzi (1604–1670), Veduta di colonnato con figura e cane, post 1747, olio su tela, cm 97.8 × 73 Roma, Galleria Spada. Foto SAM a dx: Veduta di Roma architettonica con la cupola di San Carlo da Piazza Augusto Imperatore (2026)

Vedute romane

Il dipinto a sinistra è di Viviamo Codazzi (1604–1670), Veduta di colonnato con figura e cane, databile dopo il 1647, olio su tela, cm 97.8 × 73) a Roma nella Galleria Spada . A sinistra ho messo una mia foto con Veduta di Roma architettonica con la cupola di San Carlo da Piazza Augusto Imperatore (2026), dopo la parziale sistemazione della piazza con la creazione di questo sottopassaggio.

La Veduta di Codazzi è fra i beni ereditari del Cardinal Fabrizio Spada, a pendant di Rovine romane, eseguiti probabilmente poco dopo l’arrivo del pittore a Roma da Napoli nel 1647 (Roberto Cannatà, Galleria di Palazzo Spada, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995, p. 56, fig. 24). Zeri da notizia in archivio di un possibile coautore in Michelangelo Cerquozzi detto il Bamboccio (1602-1660), ma non mi sono soffermata ad investigare.

Il confronto si gioca su un dispositivo comune: l’arco come soglia e come macchina prospettica. Nel dipinto, l’architettura non esiste, ma è costruita per essere credibile. Colonne, volte e aperture si susseguono secondo una logica rigorosa, ma finalizzata a un effetto: guidare lo sguardo verso un altrove luminoso, quasi teatrale. È uno spazio pensato, non abitato.

Nella fotografia, lo stesso meccanismo è reale. L’arco incornicia la vista verso Mausoleo di Augusto e la chiesa di San Carlo al Corso, ma qui la profondità non è costruita: è data. Tuttavia, l’effetto è sorprendentemente simile. La sequenza di pieni e vuoti, luce e ombra, produce una regia visiva che sembra già dipinta.

Nel dipinto, la luce entra lateralmente, scandisce le superfici, modella i volumi e crea una progressione ordinata. Nella fotografia, la luce naturale lavora allo stesso modo, ma introduce un elemento di discontinuità: le figure umane, casuali, spezzano la perfezione dell’impianto.

Ciò che cambia è lo statuto dello spazio. Nel primo caso, l’architettura è finzione prospettica: una costruzione mentale che simula la realtà e la perfeziona. Nel secondo, è realtà costruita che, paradossalmente, sembra imitare un modello pittorico.

C’è un punto in cui il confronto si fa più sottile. Nel dipinto, lo spazio è pensato per essere attraversato con lo sguardo, non con il corpo. È una promessa di profondità, non un’esperienza. Nella fotografia, invece, quello stesso spazio si lascia percorrere, ma perde qualcosa della sua assolutezza: diventa contingente, esposto al tempo, alle persone, all’uso.

Eppure, proprio qui emerge una continuità inattesa. L’architettura reale, quando è costruita per inquadrare, dirigere, isolare una visione, si comporta come pittura. E la pittura, quando simula con tanta precisione la struttura dello spazio, anticipa il modo in cui lo guardiamo ancora oggi.

Non è quindi solo un confronto tra immaginario e reale. È la dimostrazione che certi dispositivi visivi — arco, sequenza, luce — appartengono a un linguaggio comune, che attraversa i secoli e rende la città, a tratti, simile a un dipinto.

Dipinto a sin.: Viviamo Codazzi (1604–1670), Veduta di colonnato con figura e cane, post 1747, olio su tela, cm 97.8 × 73 Roma, Galleria Spada. Foto SAM a dx: Veduta di Roma architettonica con la cupola di San Carlo da Piazza Augusto Imperatore a Roma (2026)