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Gerrit van Honthorst, Gherardo delle Notti (1592-1636), Adorazione dei pastori (1616-1617), olio su tela, cm. 169,2 x 211,8, Germania, Collezione privata. Foto SAM

Il Bambino luminoso

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella• e oggi lo guardiamo insieme. 

Gerrit van Honthorst, Gherardo delle Notti (1592-1636), Adorazione dei pastori (1616-1617), olio su tela, cm. 169,2 x 211,8, Germania, Collezione privata.

Vidi questo quadro alla mostra agli Uffizi nel 2015, dove scattai una foto e notai l’effetto “abat-jour” che avvolgeva il Bambino, già voluto dal pittore ma ulteriormente enfatizzato dall’allestimento, fino a risultare quasi surreale.
Per sottolinearne le qualità luministiche, i curatori si sono spinti oltre, accentuando questo effetto.
Il risultato è, appunto, surreale, e in effetti coerente con il titolo del catalogo: Gherardo delle Notti. Quadri bizzarri e cene allegre, catalogo della mostra a Firenze, Uffizi, Milano 2015, cat. n. 21 con figura (si noti la differenza con l’immagine da me scattata).
Tuttavia, non comprendo quale possa essere la “bizzarria” di un’adorazione, per quanto carica.

Ci sono opere che non si limitano a rappresentare una scena, ma sembrano accenderla dall’interno. È il caso dell’Adorazione dei pastori di Gerrit van Honthorst, un capolavoro databile tra il 1616 e il 1617 che merita di essere riscoperto per la sua straordinaria gestione della luce e della materia. Durante il suo soggiorno in Italia, l’artista divenne celebre con il soprannome di Gherardo delle Notti proprio per la sua capacità di sfidare l’oscurità. Il motivo è evidente osservando questa tela, un olio su tela di dimensioni imponenti, cm 169,2 x 211,8, dove la fonte luminosa non è esterna, ma coincide con il Bambino stesso. È una luce divina e calda che modella i volti dei pastori e della Vergine, lasciando il resto del mondo in un’oscurità profonda e teatrale.

Questa scelta iconografica non è solo estetica, ma carica di significato. Il bambino luminoso è il fulcro che squarcia le tenebre, un tema che Honthorst sviluppò influenzato dal naturalismo di Caravaggio e dai bagliori di Correggio e Guido Reni. La capacità di Honthorst di assorbire la lezione caravaggesca, filtrandola attraverso una sensibilità nordica, gli permise di creare un ponte tra il realismo crudo e una spiritualità quasi domestica. In questo dipinto, il buio non è vuoto, ma una presenza densa che preme sui protagonisti, costringendoli a stringersi attorno alla mangiatoia in un gesto di protezione e meraviglia che coinvolge lo spettatore come se fosse un testimone oculare.

La storia di questo dipinto è un vero viaggio nell’Europa del collezionismo. L’opera faceva parte della prestigiosa collezione di Lord Christie’s a Londra, dove fu messa all’asta nel 2010. Prima ancora, nel XVIII secolo, era registrata nella collezione del Duca di Portland e, prima del 1818, si trovava a Genova nel palazzo del Marchese Balbi. Questo legame con la città ligure è fondamentale, poiché proprio a Genova Honthorst lasciò una traccia profonda, influenzando le generazioni locali con il suo modo di interpretare i notturni e le scene a lume di candela.

La critica ha a lungo discusso sulla paternità di questa tela. Inizialmente dimenticata e talvolta confusa con opere di seguaci o contemporanei, è stata ricondotta con certezza a Honthorst grazie agli studi di esperti come Judson (1959) e Nicolson. Il dipinto è strettamente legato all’altra celebre Adorazione conservata agli Uffizi, datata 1622, ma questa versione oggi in collezione privata mostra un’esecuzione italiana più precoce, con una stesura cromatica grassa e vibrante, tipica del periodo giovanile dell’artista. Si nota qui una libertà di tocco che l’autore avrebbe poi parzialmente abbandonato per uno stile più levigato una volta rientrato a Utrecht.

Un dettaglio che affascina è la resa dei pastori: i loro volti, segnati dal tempo, dal sole e dal lavoro, sono descritti con un realismo quasi brutale, in netto contrasto con la delicatezza della Vergine. Questa contrapposizione sottolinea l’umiltà dell’evento, rendendo sacro ciò che è quotidiano. È interessante notare come esistano diverse repliche e versioni di questo soggetto, come quella passata per la collezione Papi o un’altra identificata a Digione, a testimonianza dell’incredibile successo che il modello Honthorst ebbe nel XVII secolo. Per chi volesse approfondire i riferimenti storici e le tappe di questa riscoperta, si possono consultare Waagen (1857), Fariax Murray (1894) e gli studi di Goulding (1936).

Nonostante siano passati più di quattro secoli, la forza visiva di Honthorst rimane intatta. In un’epoca saturata da filtri digitali e luci artificiali onnipresenti, tornare a osservare come un pittore del Seicento riuscisse a creare profondità, calore e volume partendo da un unico punto luce sulla tela è un’esperienza che ci ricorda la potenza pura dell’arte visiva. Honthorst non si limita a dipingere un evento sacro; egli mette in scena la meraviglia stessa dell’osservare, trasformando la luce in un personaggio attivo della narrazione. Un’opera che non è solo una cronaca religiosa, ma un esperimento ottico e sentimentale che continua a brillare nel buio della storia dell’arte.