Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme.
Pseudo Caroselli, La Negromante, 1625, olio su tela, 44 × 35 cm, Pinacoteca civica “F. Podesti”, Ancona.
Teatralità e pluralità di piani prospettici qui sono le parole d’ordine, dove la figura femminile, potremmo dire, viene portata all’esasperazione emotiva, legittimata però dal suo “mestiere” di collegamento con l’occulto.
Il volto, imploso nei lineamenti ed esploso nei colori rubicondi, coinvolge lo spettatore in ciò che sta accadendo, che non è chiaro di primo impatto e non deve esserlo, perché sismo nel momento dell’invasamento dove lei interrompe il suo scrivere frenetico per manifestare i segni della sua scienza occulta. L’erotismo del seno spinto in alto e strabordante è rafforzato dalla ricchezza di orpelli delle vesti e del copricapo: non è una povera pazza, è colei a cui ti rivolgi per scoprire ció che desideri veramente.
Questo dipinto attribuito allo pseudo-Caroselli (Fiandre? – ?, ma attivo nella prima metà del ‘600) si inserisce nel contesto della pittura caravaggesca romana del primo Seicento, un ambiente ricco di personalità spesso difficili da identificare con precisione. Il nome convenzionale deriva dalla vicinanza stilistica con Angelo Caroselli (1585-1652), pittore attivo a Roma noto per una produzione estremamente eclettica, caratterizzata da soggetti curiosi, figure enigmatiche e da un gusto marcato per immagini destinate alla fruizione privata dei collezionisti. Lo “pseudo-Caroselli” indica quindi una mano affine, operante nello stesso clima culturale ma non identificabile con certezza con il maestro.
Il soggetto della Negromante è particolarmente significativo per comprendere questo ambiente. Nel primo Seicento temi come astrologia, magia, alchimia o divinazione erano molto diffusi nell’iconografia destinata ai collezionisti. Non si tratta necessariamente di immagini moralizzanti o narrative, ma piuttosto di figure singolari e misteriose, capaci di suscitare curiosità e di evocare un’atmosfera di sapere occulto. La negromante appare quindi come una figura sospesa tra realtà e finzione: una donna che esercita arti magiche, o che almeno ne incarna l’immaginario.
La composizione è semplice e concentrata: una figura a mezzo busto emerge da uno sfondo scuro, secondo una formula che deriva direttamente dalla rivoluzione naturalistica introdotta da Caravaggio. La luce colpisce il volto e le mani della donna, isolandoli nello spazio e guidando lo sguardo dello spettatore verso gli elementi più espressivi dell’immagine. Questo uso del chiaroscuro non è però drammatico come in Caravaggio: la luce appare più morbida e graduale, modellando i volumi con una certa eleganza.
Il volto della negromante è uno degli elementi più affascinanti del dipinto. Non è rappresentato come una figura mostruosa o inquietante, ma come una donna dall’espressione intensa e concentrata. Questa scelta contribuisce a creare un’ambiguità tipica della pittura caravaggesca romana: il personaggio non è definito moralmente in modo netto, ma rimane sospeso tra realtà quotidiana e dimensione simbolica.
Dal punto di vista stilistico, l’opera riflette bene la pluralità di influenze che caratterizzava la pittura romana degli anni Venti del Seicento. Accanto al naturalismo caravaggesco si percepisce una tendenza alla raffinatezza formale che richiama l’opera di Orazio Gentileschi, uno degli artisti che aveva saputo trasformare il linguaggio di Caravaggio in una pittura più elegante e levigata. Tuttavia la stesura pittorica della Negromante appare più libera e meno controllata, con una certa vivacità che si avvicina maggiormente al gusto sperimentale dell’ambiente legato a Caroselli.
Un altro elemento importante è la dimensione del dipinto, relativamente piccola. Con i suoi 44 × 35 cm, l’opera non era destinata a un grande contesto decorativo, ma probabilmente alla collezione privata di un intenditore. Questo formato raccolto favoriva una fruizione ravvicinata, quasi intima, in cui lo spettatore poteva soffermarsi sui dettagli della figura e sull’atmosfera enigmatica della scena.
In questo senso La Negromante rappresenta bene una delle tendenze più affascinanti della pittura caravaggesca romana: la produzione di immagini suggestive, spesso enigmatiche, destinate al gusto curioso e raffinato dei collezionisti. L’opera testimonia come, a circa vent’anni dalla rivoluzione di Caravaggio, il suo linguaggio fosse ormai diventato un punto di partenza per molte interpretazioni diverse, che potevano oscillare tra naturalismo, eleganza formale e invenzione fantastica. Proprio questa libertà interpretativa rende la figura dello pseudo-Caroselli e opere come questa particolarmente interessanti per comprendere la ricchezza e la varietà della pittura romana del primo Seicento.
Nel contesto romano dei primi decenni del Seicento, la presenza di maghe, astrologi, negromanti e indovini nella pittura è legata soprattutto al gusto dei collezionisti privati. Accanto ai grandi dipinti religiosi destinati alle chiese, si diffonde infatti la richiesta di quadri di piccolo formato pensati per studioli e gallerie domestiche. In questi spazi si apprezzavano soggetti curiosi, enigmatici o intellettualmente stimolanti, capaci di suscitare conversazione tra gli intenditori. I temi legati alla divinazione e alla magia rispondevano perfettamente a questo gusto, poiché evocavano un mondo di saperi segreti e di pratiche misteriose. L’eredità del naturalismo caravaggesco favorì inoltre la diffusione di queste immagini: la formula della figura isolata, illuminata da una luce intensa su fondo scuro, si adattava bene alla rappresentazione di personaggi ambigui e suggestivi. In questo clima si colloca anche l’ambiente legato ad Angelo Caroselli, dove compaiono frequentemente figure di maghe, astrologi o filosofi presentate in modo teatrale ed enigmatico. La Negromante attribuita allo pseudo-Caroselli riflette proprio questo contesto culturale: una figura isolata, immersa nell’ombra e definita dalla luce, pensata per affascinare lo spettatore più che per raccontare una storia precisa. Il dipinto testimonia così il gusto collezionistico e la curiosità intellettuale che caratterizzavano una parte importante della pittura romana del primo Seicento.
