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Luca (di Simone) della Robbia, Madonna del Roseto a Firenze nel Museo del Bargello; Andrea della Robbia, Madonna col Bambino, Parigi Museo del Louvre; Luca della Robbia il Giovane, Teschio, Milano Castello Sforzesco

Il glitch della perfezione

Questa terracotta invetriata merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi la guardiamo insieme. 

La terracotta è fragile. Eppure, nelle mani dei Della Robbia, diventa durata. Non è il marmo a definire il Rinascimento, ma la capacità di rendere stabile la materia. Il bianco non è un colore innocente, è una scelta tecnica. La perfezione non è assenza di difetti, è controllo della superficie. Tolto il mito del marmo resta una questione molto concreta: quale materia resiste. È da qui che conviene partire. I

Il titolo è un gioco ossimorico, perché glitch è un errore tecnico, quindi in questo scenario si verificherebbe un eccesso di perfezione che crea straniamento,

Se il Rinascimento fosse un sistema operativo, Luca (di Simone) della Robbia (Firenze, 1400 – 1482) sarebbe lo sviluppatore che ha inventato il cloud del design: la terracotta invetriata. Leggera, impermeabile, democratica ma elegantissima. Mentre i suoi contemporanei lottavano con i capricci del marmo, Luca “renderizzava” il divino in bianco e blu – e tutti gli altri colori puri – creando pezzi che oggi definiremmo pop per la loro capacità di parlare a tutti, ma con una grazia che ancora ci sconcerta.

Una sorprendente Madonna del Roseto a Firenze nel Museo del Bargello (1460-1470) ci fa dimenticare le mani sporche dell’artista, che usava argilla plasmabile che trovava sulle rive dell’Arno vicino alla casa dei suoi genitori. 

“… fatto egli conto dopo queste opere [di bronzo e di marmo] di quanto gli fusse venuto nelle mani e del tempo che in farle aveva speso, conobbe che pochissimo aveva avanzato e che la fatica era stata grandissima, si risolvette di lasciare il marmo et il bronzo e vedere se maggior frutto potesse altronde cavare. Perché, considerando che la terra si lavorava agevolmente e con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che di quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; perché, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato a dosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne. Del qual modo di fare, come quello che ne fu inventore, riportò lode grandissima e gliene averanno obligo tutti i secoli che verranno.” (Giorgio Vasari, Vita di Luca della Robbia scultore, in Le Vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori, 1568)

Una famiglia al servizio dell’arte i Della Robbia, degli artigiani ad altissimo livello di specializzazione. 

Prendiamo il tondo della Madonna col Bambino del Louvre, che mette la Purezza in un cerchio. È un’opera di Andrea della Robbia (1435 – 1525), la quale funziona come un’interfaccia utente perfetta: pulita, essenziale. Il tondo non è solo una cornice; è un perimetro sacro che isola i soggetti dal rumore del mondo.

Qui la tecnica dell’invetriatura tocca vette di candore quasi lunare. La pelle dei protagonisti brilla di una luce che non è riflessa, ma sembra emanata dall’interno. È una bellezza algida ma non distante. Se dovessimo descriverlo con una metafora moderna, diremmo che Della Robbia ha applicato un filtro ad alta risoluzione alla devozione, eliminando le asperità della terracotta grezza per regalarci un’immagine che sembra uscita da un sogno sottovuoto.

Spostiamoci a Milano, al Castello Sforzesco. Qui troviamo un pezzo che rompe la narrazione rassicurante delle Madonne fiorentine: il Teschio (ca. 1500 – ca. 1520), un Memento Mori che non t’aspetti. 

È un’opera perturbante di Luca della Robbia il Giovane (1475-1548 ca.). Vedere la morte trattata con la stessa finitura lucida, quasi ceramica, di un cherubino crea un corto circuito estetico. È un memento mori che non sa di polvere, ma brilla di un’eternità sintetica. In questo teschio, la morte non è una fine caotica, ma un passaggio ordinato, cristallizzato in quella superficie vitrea che non conosce corruzione. È la versione rinascimentale di un’estetica minimalist-dark, l’essenza dell’uomo spogliata di tutto, tranne che della sua forma geometrica più pura.

Luca (di Simone) della Robbia non era un semplice artigiano, era un visionario che aveva capito come rendere il sacro fruibile. La sua bottega era il quartier generale di un’estetica che voleva durare “in eterno”, sfidando le intemperie e il tempo. E Luca il Giovane è riuscito a portare ancora oltre la conversazione artistica con ciò che non vediamo ma supponiamo, il divino nel terreno. 

L’uso dello stagno e del cobalto ha prodotto un successo alchemico, un’innovazione per così dire alla portata di tutti. La resistenza inedita della terracotta invetriata si piazza sul mercato del collezionismo pubblico e privato, laico e sacro, bypassa i problemi del marmo che di macchia e della pittura che sbiadisce o subisce l’umidità. Che cosa non è il genio? Ma una famiglia di geni lo è di più. 

Luca (di Simone) della Robbia ha inventato la tecnica della terracotta invetriata, mentre gli altri scultori proponevano alla committente opere in marmo, splendide ma impegnative, lui fu più “smart”. Il segreto della mescola nella sua bottega venne poi trasmesso solo alla famiglia, come un moderno brevetto. Tutto ciò che è fatto di quel materiale è Della Robbia, escludendo copie, imitazioni e moderni merchandising, per la gioia degli storici dell’arte. La resistenza agli agenti atmosferici e la relativa economicità rispetto al marmo ne ha favorito la diffusione con funzione votiva da esterni. 

Oggi lo chiameremmo industrial design di lusso. Eppure, in quel bianco lattiginoso, sopravvive un’anima che nessuna produzione in serie potrà mai replicare. È la prova che anche nel rigore di una formula chimica può nascondersi la scintilla del genio.

Arte a Roma Estate 2021: “Lo squarcio” di Palazzo Farnese dell’artista francese JR

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam
Lo SQUARCIO, Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM

L’installazione illusionistica su Palazzo Farnese “Lo squarcio” a Roma dello street artist francese JR (Parigi, 1983), come “La ferita” di Palazzo Strozzi a Firenze – sull’accessibilità ai luoghi della cultura nell’epoca del Covid-19 -, in modo da mostrarne l’interno cinquecentesco in bianco e nero, usando la tecnica del collage fotografico. JR ha una carriera di grande successo per la sua giovane età, soprattutto per il risalto conquistato nell’arte contemporanea in contesto urbano, come la sede dell’Ambasciata di Francia, addirittura sovrapposto ai siti riconosciuti nel patrimonio curturale dell’umanità (jr-art.net). Vanity Fair gli ha dedicato la copertina del 6 maggio 2020 (immagine in fondo all’articolo). L’architettura fittizia da sovrapporre alle chiese era molto usata nel Settecento in coccasione di feste, beatificazioni e canonizzazioni, inserendo elementi illusionistici teatrali e decorativi per sottolineare la solennità della cerimonia. Qui l’arte celebra se stessa, aprendosi di fronte allo spettatore, ovvero fingendone l’accessibilità, la quale fisicamente ci è stata impedina nel periodo delle restrizioni della Pandemia Mondiale. Con le riaperture si può ora approfittare di andare a vedere dal vivo i nostri beni culturali nelle città e in tutta Italia.

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM
Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM

Io: “Roma è bella perché sei circondato da cose che non puoi avere.”
Sempre io: “Roma è bella perché ti convince che puoi avere quello che vuoi.”
Ancora io: “Veramente Roma non ti convince affatto, ti appassiona.” (cit. MIS)

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam
Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam

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Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM, effetto B/W tungsteno

“A lavoro nel suo laboratorio di Parigi, con il parquet a listelli e le vetrate ampie e ariose, JR sottolinea l’importanza di rimanere positivi in un momento così delicato della nostra storia: «Dobbiamo reinventarci, dobbiamo pensare subito a come possiamo cambiare il nostro modo di camminare, di elaborare, di connetterci. Per questo spero che la copertina sia d’ispirazione. In un’epoca come quella moderna in cui siamo iperconnessi è interessante riscoprirlo, almeno per questo periodo di tempo» spiega con gli occhiali a goccia e il cappello nero sulla testa. L’idea di coinvolgerlo nel progetto arriva dal direttore di Vanity Fair Italia Simone Marchetti, che contatta JR chiedendogli di mettere a disposizione il suo estro creativo per il nostro giornale. L’artista ci rimugina su e, alle 2 e 30 del mattino, invia un Whatsapp al direttore dicendogli di aver trovato l’idea giusta e di non vedere l’ora di lavorarci su. JR, dopotutto, è sempre stato un uomo ansioso di reinventarsi, di ricominciare da capo e trovare una sua dimensione. Classe 1983, Jean René inizia la sua carriera come artista di graffiti con la speranza di cambiare il mondo e di lasciare un segno nello spazio pubblico e nella società.” (Vanity Fair, “Quello che è non è quello che sembra”, 6 maggio 2020)

Copertina Vanity Fair dedicata all’artista JR, 6 maggio 2020

Gherardo delle Notti. Le luci del pittore olandese Gerrit van Honthorst agli Uffizi

Gerrit van Honthorst, Adorazione dei pastori, olio su tela, cm. 169,2x211,8, Germania, collezione privata, 1616-17. Mostra Gherardo delle Notti agli Uffizi di Firenze. Foto Safarik Art Magazine

Gerrit van Honthorst, Adorazione dei pastori, olio su tela, cm. 169,2×211,8, Germania, collezione privata, 1616-17. Mostra Gherardo delle Notti agli Uffizi di Firenze. Foto Safarik Art Magazine

Gerrit van Honthorst (Utrecht, 1592- 1656), pittore originario dei Paesi Bassi, colpito dall’incontro con la scena artistica di Roma, si può essere incluso tra i pittori caravaggeschi. La pittura a lume di candela nel Seicento divenne un genere apprezzatissimo e Continua a leggere

Variazioni colorate sul David di Michelangelo

David fluo in vetrina a Firenze. Foto Safarik Art Magazine

David fluo in vetrina a Firenze. Foto Safarik Art Magazine

L’invasione dei David fluorescenti!

Firenze è una città splendida: buona arte e buon cibo.

Per tutte e due “serve” il marketing perché tutto è in vendita. Un dato di fatto.

Si riproduce il Parmigiano nella forma di Parmesan per arrivare ad un maggior pubblico.

Vicino a piazza della Signoria mi lascia interdetta la vetrina con i David colorati.

Da studiosa dell’arte, a voler essere rigorosa, lo considererei uno scempio. Invece nel ruolo di turista devo riconoscere che il fascino del souvenir fa presa.

La scultura michelangiolesca stampata a laser mi fa sorridere. Faccio una foto. Ha catturato il mio interesse.

Non ci si deve vergognare di ciò che ci piace.

Il David versione 2.0 fluo in tre colori non posso certo dire che proprio mi piaccia. Un po’ mi vergogno dell’attenzione ai gingilli kitsch a due passi dal “vero” David..poi smetto. Che c’è di male!

La critica costruttiva ben venga, ma voglio limitare il mio essere così bacchettona. Conosco la statua originaria e la sua “sofisticazione”. Diversamente dal Parmigiano il David non ci perde. Ed io che lo sento come attentato al buon gusto posso superare la vetrina con un sorriso…

L’arte è un gioco! Anche sorridere è arte. Continua a leggere

Van Gogh Alive: mostra a Firenze

Van Gogh Alive. Mostra a Firenze. Foto Safarik Art Magazine

Van Gogh Alive. Mostra a Firenze. Foto Safarik Art Magazine

Le grandi cose sono la somma di piccole cose.

Great things are done by a series of small things brought together.

L’inizio è probabilmente più difficile di qualunque altra cosa, abbi fiducia andrà bene.    The beginning is perhaps more difficult than anything else, but keep heart, it will turn out all right. Continua a leggere