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Biblioteca Alessandrina, Sala Studio, Palazzo della Sapienza, Roma (Corso Rinascimento). Foto SAM

Biblioteca Alessandrina

Il Palazzo della Sapienza, dove ha sede la Biblioteca Alessandrina, situato nel rione Sant’Eustachio, fu per secoli il centro dello Studium Urbis, l’antica università di Roma. La sua costruzione ebbe inizio alla fine del Quattrocento e si sviluppò nel corso di oltre un secolo attraverso una serie di interventi che ne definirono progressivamente l’impianto architettonico. Nel Seicento il complesso raggiunse una forma compiuta grazie all’opera di Francesco Borromini, che riorganizzò gli spazi interni e realizzò la celebre chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza, uno degli esempi più raffinati dell’architettura barocca romana. In questo contesto trovò sede la Biblioteca Alessandrina, istituita nel 1667 per volontà di papa Alessandro VII con l’intento di dotare l’università di una grande biblioteca pubblica destinata allo studio e alla conservazione del sapere. Aperta al pubblico pochi anni più tardi, essa raccolse fin dalle origini importanti fondi librari provenienti da donazioni e dal trasferimento di altre collezioni. Gli ambienti destinati alla conservazione dei volumi si inseriscono con naturale armonia nel tessuto architettonico del palazzo, contribuendo a definire uno spazio in cui la funzione dello studio si unisce a un’evidente ricerca di equilibrio formale e bellezza. Il complesso rimase sede universitaria fino al trasferimento dell’ateneo nella nuova Città Universitaria nel 1935, conservando tuttavia ancora oggi il valore simbolico di luogo storicamente dedicato alla trasmissione del sapere.

La sala della biblioteca rivela con particolare evidenza la sensibilità spaziale dell’architettura barocca. Le pareti non si presentano come superfici rigidamente piane, ma sembrano animarsi attraverso un leggero movimento che accompagna lo sguardo lungo le alte scaffalature lignee, perfettamente integrate nella struttura muraria. Questo ritmo sinuoso conferisce allo spazio una qualità dinamica e al tempo stesso raccolta, quasi a suggerire la presenza silenziosa della conoscenza custodita nei volumi. La luce, elemento centrale nella poetica borrominiana, filtra dalle finestre collocate con grande attenzione compositiva, esaltando i volumi plastici dell’architettura e i raffinati stucchi che ornano il soffitto. Tra questi emergono i simboli araldici della famiglia Chigi, memoria visiva della protezione papale accordata all’istituzione universitaria. L’insieme genera un ambiente di grande eleganza e misura, nel quale funzione e bellezza si fondono in un equilibrio raro: la biblioteca non appare soltanto come luogo di conservazione e studio, ma come uno spazio capace di tradurre in forma architettonica l’ideale umanistico della conoscenza, offrendo al visitatore un’esperienza insieme intellettuale ed estetica.

Non si tratta solo di un ambiente funzionale alla conservazione libraria, ma di un manifesto intellettuale in cui la forma architettonica eleva l’atto della lettura a un’esperienza quasi mistica. Mentre la celebre lanterna a spirale della chiesa adiacente punta verso l’alto come un’ascesa della mente verso Dio, la biblioteca offre un contrappunto di rara eleganza, dove la complessità del Barocco si spoglia dell’eccesso per farsi rigore e armonia. È un luogo che conserva quel silenzio denso che solo certi angoli di Roma sanno regalare, dove il tempo sembra essersi fermato per non disturbare chi legge.

Per noi che ci siamo nati o che la viviamo da sempre, Sant’Ivo non è solo un monumento: è quel cortile dove il respiro si fa improvvisamente leggero perché sai di essere a casa, protetta da quei muri che sembrano fatti di panna montata e travertino. È la fortuna sfacciata di poter passare tra il Pantheon e Navona e decidere di “svoltare” dentro un capolavoro, trovandoci quel fresco bono d’estate e quel silenzio che ti rimette in pace col mondo. Entrare nell’Alessandrina è come sedersi nel salotto buono di una nonna colta e bellissima, che non ha bisogno di strillare per farsi notare perché la sua grandezza ce l’ha stampata nelle curve del soffitto e in quell’aria di chi ne ha viste tante e non si stupisce più di niente. Visitare questo luogo significa riconoscere come l’arte non fosse mai fine a se stessa, ma uno strumento per dare forma fisica all’ambizione della conoscenza umana, protetta da quel cielo di Roma che, tra i monti e le stelle di marmo, pare non finire mai.

Maarten van Heemskerck, Autoritratto con il Colosseo, 1553, olio su tavola, firmato e datato, cm. 42,2× 55, Cambridge, Fitzwilliam Museum

Musei italiani più amati

I musei statali italiani continuano a essere uno dei punti di incontro più evidenti tra patrimonio culturale, turismo e vita contemporanea. I dati pubblicati dal Ministero della Cultura relativi al 2024 mostrano con chiarezza quanto il pubblico continui a cercare nell’arte e nell’archeologia un’esperienza che va oltre la semplice visita.

La statistica ufficiale “Visitatori e introiti di musei, monumenti e aree archeologiche statali – anno 2024” è stata diffusa dal Ministero della Cultura il 10 maggio 2025 attraverso il Servizio statistico nazionale del Ministero (SISTAN), come prima anticipazione dei dati elaborati dalla Direzione generale Musei. 

Secondo le statistiche ufficiali del Ministero della Cultura, nel 2024 i musei, monumenti e aree archeologiche statali hanno registrato 60.850.091 visitatori, con introiti lordi che hanno raggiunto circa 382 milioni di euro. È un risultato che supera i livelli precedenti alla pandemia e conferma una crescita progressiva degli ultimi anni.

Il dato è interessante non soltanto per la sua dimensione numerica, ma perché racconta qualcosa sul rapporto tra pubblico e patrimonio culturale. Dopo gli anni della chiusura e delle limitazioni, i luoghi della cultura sono tornati a essere spazi frequentati, quasi necessari. La visita al museo, al parco archeologico o al monumento non appare più soltanto come un momento di consumo turistico, ma come una forma di esperienza culturale condivisa.

Guardando più da vicino la composizione dei visitatori emergono altri aspetti significativi. Nel 2024 gli ingressi paganti sono stati 31.764.116, mentre 19.848.707 visitatori hanno beneficiato di accessi gratuiti negli istituti a pagamento. A questi si aggiungono oltre nove milioni di visitatori registrati nei luoghi della cultura completamente gratuiti. I dati suggeriscono quindi un sistema complesso, in cui le politiche di accessibilità e le diverse modalità di fruizione convivono con il turismo internazionale.

Anche la distribuzione dei flussi tra le diverse tipologie di istituti rivela dinamiche interessanti. I musei statali hanno accolto 18.743.830 visitatori, mentre monumenti e aree archeologiche hanno raggiunto oltre 31 milioni di presenze. I circuiti museali hanno superato i dieci milioni di ingressi. Il pubblico sembra dunque continuare a privilegiare quei luoghi dove la dimensione storica e quella monumentale si fondono, come accade nei grandi parchi archeologici italiani.

Prima del Grand Tour settecentesco il “turismo” non religioso è molto ridotto. Ci sono arrivate alcune testimonianze di selfie ante-litteram, come l’Autoritratto con il Colosseo di Maarten van Heemskerck (1498–1574). L’artista olandese si rappresenta davanti alle rovine del celebre anfiteatro romano mentre studia e disegna il monumento, trasformando la scena in una sorta di testimonianza visiva del viaggio artistico a Roma.

Maarten van Heemskerck, Autoritratto con il Colosseo, 1553, olio su tavola, firmato e datato, cm. 42,2× 55, Cambridge, Fitzwilliam Museum.

Il dipinto racconta un momento molto precoce della storia dello sguardo europeo su Roma. Nel XVI secolo artisti provenienti dai Paesi Bassi e dalla Germania arrivavano nella città per studiare le rovine dell’antichità e copiarle dal vero. Il Colosseo era già allora uno dei monumenti più osservati e disegnati, un luogo dove la memoria dell’antico incontrava la curiosità degli artisti moderni.

L’artista, a mio modo di vedere dalle scarse qualità pittoriche, si dedicò a rappresentare le Sette Meraviglie del Mondo e considerò l’Anfiteatro Flavio meritevole di essere l’ottava.

Guardando questa immagine oggi è difficile non pensare alle folle contemporanee che attraversano i monumenti italiani. Se nel Cinquecento erano gli artisti del Nord Europa a fermarsi davanti al Colosseo con il taccuino in mano, nel XXI secolo milioni di visitatori continuano a compiere lo stesso gesto: fermarsi davanti alle rovine per guardarle, studiarle, fotografarle.

Fonte: Ministero della Cultura, Direzione generale Musei, Servizio statistico SISTAN, “Visitatori e introiti di musei, monumenti e aree archeologiche statali. Anno 2024”. Comunicato stampa, Roma, 10 maggio 2025. 

Ministero della Cultura, Direzione generale Musei, Servizio statistico SISTAN, “Visitatori e introiti di musei, monumenti e aree archeologiche statali. Anno 2024”. Comunicato stampa, Roma, 10 maggio 2025. 
Fonte: Ministero della Cultura, Direzione generale Musei, Servizio statistico SISTAN, “Visitatori e introiti di musei, monumenti e aree archeologiche statali. Anno 2024”. Comunicato stampa, Roma, 10 maggio 2025. 
Abraham Brueghel (1631-1697), Donna con fiori e frutta, firmato e datato "A. Breugel fecit Roma 1669", Parigi Museo del Louvre, olio su tela, cm. 128x149

Natura Morta o Allegoria

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme. 

Abraham Brueghel (1631-1697), Donna con fiori e frutta, firmato e datato “A. Breugel fecit Roma 1669”, Parigi Museo del Louvre, olio su tela, cm. 128×149. Dalle notizie nella scheda di catalogo del Louvre si tratta forse di una figura allegorica dell’estate o dell’autunno oppure dei cinque sensi, del gusto. La figura femminile non pare di mano di Brueghel, ma di pittore italiano, forse di Antonio Gherardi (1644 – 1702), allievo di Cortona e Mola, attivo a Roma oppure di Francesco Allegrini (1624?–dopo il 1679), viene proposto il nome di Pieter Paul Rubens, che francamente mi sentirei di escludere.

Il genere della Natura Morta è assoluto protagonista nell’Europa tra Manierismo e Barocco, soprattutto in Italia e nelle Fiandre. Sul finire del Cinquecento e per tutto il Seicento intere botteghe di pittori si dedicarono a frutti, fiori, animali, stoviglie, tappeti, definendo quella che “morta” è poco, anzi molto animata messa in scena, che permette di stare sul dettaglio e arrivare ad un realismo della rappresentazione, per esempio di un gallo o di un piatto d’argento, molto suggestivo. Alcuni pittori si specializzarono nel dipingere frutta o animali e venivano chiamati appositamente a completare composizioni di figure per ottenere il risultato qualitativo più alto.

Il dipinto rappresenta una giovane donna elegantemente vestita che si sporge sopra una tavola piena di frutti e fiori mentre allunga il braccio per prendere qualcosa da una coppa colma di prodotti della natura. La scena è ambientata in uno spazio scuro, con uno sfondo in cui si intravedono cielo e alberi. La luce illumina soprattutto il volto della donna, il braccio e la massa colorata dei frutti sul tavolo. La figura femminile ha i capelli raccolti e fermati da una sottile fascia dorata, indossa un abito scuro con una scollatura ampia e maniche chiare e la sua postura è inclinata in avanti con il braccio sinistro disteso verso la coppa. La mano destra appoggiata al bordo del tavolo suggerisce il momento in cui sta per scegliere o assaggiare un frutto e per questo la scena viene interpretata come un’allegoria del piacere dei sensi e dell’abbondanza della natura.

Sul tavolo davanti a lei sono disposti molti tipi di frutti in primo piano si vede un grande grappolo di uva bianca, con acini chiari e luminosi, che pendono verso il bordo del tavolo. Lì vicino si trovano alcune pesche tonde con la buccia vellutata, sfumata tra giallo e rosso e poi piccole susine scure di colore violaceo. Più al centro della tavola vi é una coppa piena di frutti tra cui diverse pere giallo verdastre e fichi verdi maturi. Sparsi intorno alla coppa ci sono altri piccoli frutti e foglie di vite con i loro caratteristici margini seghettati, mentre sulla destra, in primo piano, è raffigurato un grande melograno aperto coi suoi chicchi rossi lucidi, che emergono dalla polpa chiara. Accanto al melograno si trovano altre mele e probabilmente agrumi come limoni o cedri riconoscibili dalla forma allungata e dal colore giallastro. Tra i frutti sono sparse foglie e ramoscelli che danno l’impressione che siano stati appena raccolti da un giardino o dal frutteto.

Sul lato sinistro della composizione si trova un grande vaso di terracotta o ceramica colmo di fiori, tra questi si distinguono rose rosa con petali ampi e morbidi, garofani dai petali frastagliati, piccoli fiori bianchi simili al gelsomino e altri fiori ornamentali che si intrecciano tra loro formando un bouquet molto ricco. Alcune foglie lunghe e scure si alzano verso l’alto, mentre altri rami si piegano verso la tavola creando un collegamento visivo tra il vaso e la massa di frutti davanti alla donna. I colori dei fiori variano tra rosa giallo bianco e rosso e contrastano con il fondo scuro del dipinto.

La tavola è di legno massiccio e i frutti sono disposti in modo molto studiato per creare un equilibrio tra colori e forme. Le superfici lucide dei frutti maturi, le foglie verdi e i petali delicati dei fiori mostrano l’attenzione del pittore per i dettagli naturali tipica della pittura fiamminga l’insieme dell’immagine comunica un senso di abbondanza e di ricchezza naturale ma allo stesso tempo suggerisce l’idea che il piacere dei sensi e la bellezza della natura siano momenti temporanei perché i frutti maturi e i fiori che appassiscono ricordano la fragilità e la fugacità delle cose della vita.

Non è mai noioso e inutile descrivere un quadro, con precisione ed in ogni parte di esso. Soprattutto quando scrivo una perizia per un collezionista, mi soffermo per uno o due paragrafi in questo esercizio. Inanzitutto mi permette di “costringermi” a guardare tutto senza tralasciare nulla, poi a metterlo nero su bianco, infine a ricontrollarlo. Molte volte, nel tempo, le perizie degli storici dell’arte è capitato perdessero le foto allegate e, non potete immaginare quanto spesso, da lì sono scaturite truffe degne di Totò. Semplificando, se io do un parere scritto su una Madonna col Bambino o una Natura Morta, per esempio attribuendo il primo a Reni e la seconda a Brueghel, il valore dell’opera si concretizza, però esiste una quantità infinita di Madonne e di Nature Morte, quindi, senza che spiego olte, avete già capito cosa accade. Le truffe nel mondo dell’arte sono frequenti, perché ci sono in ballo molte componenti, valore artistico ed economico, ma altresì valore egoistico ovvero narcisistico, quando qualcuno innalza il suo ego guadagnando fama e denari tramite l’arte.

Paul Bril (Anversa 1554 - Roma 1626), Paesaggio col Tempio della Sibilla, firmato e datato “P. Bril 1595”, olio su rame, cm. 11 x 17, Roma, Galleria Borghese

Paesaggio non fotografico

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella• e oggi lo guardiamo insieme. 

Paul Bril (Anversa 1554 – Roma 1626), Paesaggio col Tempio della Sibilla, firmato e datato “P. Bril 1595”, olio su rame, cm. 11 x 17, Roma, Galleria Borghese.

I dipinti di paesaggio non sono fotografie. E grazie! …dimmi qualche cosa che non so! 

Seriamente, i dipinti di paesaggio figurativo ci permettono di riconoscere i luoghi, senza essere sovrapponibili alla realtà. Perché il pittore, invece di ritrarre letteralmente ogni foglia che vede, ci trasmette il senso generale, il colore ed il movimento dell’albero; diciamo pure in un modo che poi gli impressionisti hanno portato oltre. 

Ciò che ha appassionato i collezionisti di paesaggi per secoli, secondo me, a parte la mancanza dell’invenzione della fotografia, sta anche nella rappresentazione con quel tanto di sentimento infuso dal pittore e che basta a far uscire le opere mirabili dal mero decorativismo. 

I paesaggi sono facili? Ma lo sono davvero? Non credo. Né da dipingere, né da fruire e perché? Non lo so, ma facili non mi sono mai sembrati. Come le belle donne, che chi non le capisce le immagina facili per una scollatura, soprattutto quando non gli si concedono. Sono in verità vittime di preconcetto. 

Mi capita sovente di immaginare questi quadri, Bril in particolare, popolati di api, farfalle e bombi che ronzano, ragni che tessono, formiche che spostano briciole. 

Orazio Gentileschi, Ritratto di giovane donna come Sibilla (1620-1626), olio su tela, cm 81,6 × 73, Museum of Fine Arts, Houston.

Una Sibilla

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Orazio Gentileschi, Ritratto di giovane donna come Sibilla (1620-1626), olio su tela, cm 81,6 × 73, Museum of Fine Arts, Houston.

Nel primo Seicento, nell’ambiente caravaggesco romano, molte immagini mostrano figure femminili isolate che scrivono, leggono o profetizzano. La profetessa ha qui, come in altre similari figure femminili magiche, un abito riccamente damascato ed un copricapo, in torsione o tensione nel corpo e con mani sottolineate e curate. Lei sa qualcosa e tu lo vuoi sapere, ma non è un regalo, devi meritarti una profezia. Puoi “rinchiuderla” in una rappresentazione, ma la sua essenza resterà sconosciuta. Gli occhi magnetici che inchiodano lo spettatore sono stilisticamente simili ad una Madonna proprio perché custodisce il divino e lo “partorisce” quando viene il tempo. 

Questo dipinto rappresenta uno degli esempi più raffinati della pittura di Orazio Gentileschi (1563-1639) nei primi decenni del Seicento. La figura è raffigurata a mezzo busto e occupa quasi interamente lo spazio della tela. Il corpo della giovane donna è ruotato lateralmente, mentre il volto si gira verso lo spettatore, creando una torsione elegante e naturale che anima la composizione. Questa soluzione, semplice ma attentamente studiata, permette all’artista di dare alla figura una presenza immediata, ma allo stesso tempo di mantenere un senso di equilibrio e armonia.

La scena è costruita su uno sfondo scuro e neutro che isola completamente la figura. La luce proviene lateralmente e illumina con delicatezza il volto, il turbante e le mani, mentre il resto del corpo emerge gradualmente dall’ombra. Questo uso del chiaroscuro deriva dall’influenza della pittura caravaggesca, ma Gentileschi lo interpreta in modo più morbido e controllato. La luce non crea contrasti violenti, ma modella lentamente i volumi, definendo le forme con passaggi tonali molto graduali.

Il volto della giovane sibilla è dipinto con grande attenzione alla qualità della luce e alla resa dell’incarnato. I tratti sono regolari e delicati, la pelle appare chiara e luminosa e la luce scivola sulla fronte, sulle guance e sul naso con grande gradualità. Lo sguardo della donna, rivolto verso l’osservatore, contribuisce a stabilire un rapporto diretto con chi guarda il dipinto. Non si tratta di un’espressione enfatica o drammatica: al contrario, il volto conserva un atteggiamento raccolto e pensoso, che accentua il carattere intimo dell’immagine.

Un ruolo fondamentale nella costruzione visiva del dipinto è svolto dai tessuti. Gentileschi dedica grande attenzione alla resa delle stoffe, che diventano un elemento centrale della composizione. Il grande drappo dorato con decorazioni rossastre avvolge la figura e forma pieghe ampie e morbide che accompagnano il movimento del corpo. La luce si posa sulle superfici del tessuto mettendo in evidenza la consistenza e il peso della stoffa, mentre il colore caldo del mantello crea un forte contrasto con i toni più freddi dell’abito sottostante.

Anche il turbante chiaro contribuisce a definire l’eleganza della figura. Le pieghe del tessuto sono rese con grande precisione e riflettono la luce con delicate sfumature. Questo equilibrio tra colori e superfici è tipico della pittura di Gentileschi, che costruisce l’immagine attraverso un’attenta armonia cromatica e luminosa.

Dal punto di vista iconografico, la sibilla è tradizionalmente una profetessa pagana che, secondo la tradizione cristiana, avrebbe annunciato la venuta di Cristo. Tuttavia nel dipinto l’elemento narrativo è ridotto al minimo. Non vi è un contesto ambientale né un’azione specifica: l’attenzione è interamente concentrata sulla figura, sulla sua presenza e sulla qualità pittorica della rappresentazione.

La pittura di Gentileschi si distingue qui per la capacità di unire naturalismo e idealizzazione. La figura è costruita con attenzione al dato reale, ma allo stesso tempo appare perfettamente composta e armoniosa. Le linee sono morbide, i passaggi di luce sono graduali e la superficie pittorica è rifinita con grande cura. Il risultato è un’immagine di grande eleganza, in cui la lezione caravaggesca viene trasformata in una pittura più lirica e raffinata.

In questo dipinto emerge chiaramente uno degli aspetti più caratteristici dell’arte di Gentileschi: la capacità di tradurre il naturalismo di derivazione caravaggesca in una visione più pacata e armoniosa. La figura non colpisce per drammaticità, ma per la calma presenza, per la luminosità dell’incarnato e per la raffinatezza delle superfici pittoriche, elementi che contribuiscono a creare un’immagine di grande equilibrio e intensità visiva.

Pseudo Caroselli, La Negromante, 1625, olio su tela, 44 × 35 cm, Pinacoteca civica "F. Podesti", Ancona

La magia delle donne

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme. 

Pseudo Caroselli, La Negromante, 1625, olio su tela, 44 × 35 cm, Pinacoteca civica “F. Podesti”, Ancona.

Teatralità e pluralità di piani prospettici qui sono le parole d’ordine, dove la figura femminile, potremmo dire, viene portata all’esasperazione emotiva, legittimata però dal suo “mestiere” di collegamento con l’occulto. 

Il volto, imploso nei lineamenti ed esploso nei colori rubicondi, coinvolge lo spettatore in ciò che sta accadendo, che non è chiaro di primo impatto e non deve esserlo, perché sismo nel momento dell’invasamento dove lei interrompe il suo scrivere frenetico per manifestare i segni della sua scienza occulta. L’erotismo del seno spinto in alto e strabordante è rafforzato dalla ricchezza di orpelli delle vesti e del copricapo: non è una povera pazza, è colei a cui ti rivolgi per scoprire ció che desideri veramente. 

Questo dipinto attribuito allo pseudo-Caroselli (Fiandre? – ?, ma attivo nella prima metà del ‘600) si inserisce nel contesto della pittura caravaggesca romana del primo Seicento, un ambiente ricco di personalità spesso difficili da identificare con precisione. Il nome convenzionale deriva dalla vicinanza stilistica con Angelo Caroselli (1585-1652), pittore attivo a Roma noto per una produzione estremamente eclettica, caratterizzata da soggetti curiosi, figure enigmatiche e da un gusto marcato per immagini destinate alla fruizione privata dei collezionisti. Lo “pseudo-Caroselli” indica quindi una mano affine, operante nello stesso clima culturale ma non identificabile con certezza con il maestro.

Il soggetto della Negromante è particolarmente significativo per comprendere questo ambiente. Nel primo Seicento temi come astrologia, magia, alchimia o divinazione erano molto diffusi nell’iconografia destinata ai collezionisti. Non si tratta necessariamente di immagini moralizzanti o narrative, ma piuttosto di figure singolari e misteriose, capaci di suscitare curiosità e di evocare un’atmosfera di sapere occulto. La negromante appare quindi come una figura sospesa tra realtà e finzione: una donna che esercita arti magiche, o che almeno ne incarna l’immaginario.

La composizione è semplice e concentrata: una figura a mezzo busto emerge da uno sfondo scuro, secondo una formula che deriva direttamente dalla rivoluzione naturalistica introdotta da Caravaggio. La luce colpisce il volto e le mani della donna, isolandoli nello spazio e guidando lo sguardo dello spettatore verso gli elementi più espressivi dell’immagine. Questo uso del chiaroscuro non è però drammatico come in Caravaggio: la luce appare più morbida e graduale, modellando i volumi con una certa eleganza.

Il volto della negromante è uno degli elementi più affascinanti del dipinto. Non è rappresentato come una figura mostruosa o inquietante, ma come una donna dall’espressione intensa e concentrata. Questa scelta contribuisce a creare un’ambiguità tipica della pittura caravaggesca romana: il personaggio non è definito moralmente in modo netto, ma rimane sospeso tra realtà quotidiana e dimensione simbolica.

Dal punto di vista stilistico, l’opera riflette bene la pluralità di influenze che caratterizzava la pittura romana degli anni Venti del Seicento. Accanto al naturalismo caravaggesco si percepisce una tendenza alla raffinatezza formale che richiama l’opera di Orazio Gentileschi, uno degli artisti che aveva saputo trasformare il linguaggio di Caravaggio in una pittura più elegante e levigata. Tuttavia la stesura pittorica della Negromante appare più libera e meno controllata, con una certa vivacità che si avvicina maggiormente al gusto sperimentale dell’ambiente legato a Caroselli.

Un altro elemento importante è la dimensione del dipinto, relativamente piccola. Con i suoi 44 × 35 cm, l’opera non era destinata a un grande contesto decorativo, ma probabilmente alla collezione privata di un intenditore. Questo formato raccolto favoriva una fruizione ravvicinata, quasi intima, in cui lo spettatore poteva soffermarsi sui dettagli della figura e sull’atmosfera enigmatica della scena.

In questo senso La Negromante rappresenta bene una delle tendenze più affascinanti della pittura caravaggesca romana: la produzione di immagini suggestive, spesso enigmatiche, destinate al gusto curioso e raffinato dei collezionisti. L’opera testimonia come, a circa vent’anni dalla rivoluzione di Caravaggio, il suo linguaggio fosse ormai diventato un punto di partenza per molte interpretazioni diverse, che potevano oscillare tra naturalismo, eleganza formale e invenzione fantastica. Proprio questa libertà interpretativa rende la figura dello pseudo-Caroselli e opere come questa particolarmente interessanti per comprendere la ricchezza e la varietà della pittura romana del primo Seicento. 

Nel contesto romano dei primi decenni del Seicento, la presenza di maghe, astrologi, negromanti e indovini nella pittura è legata soprattutto al gusto dei collezionisti privati. Accanto ai grandi dipinti religiosi destinati alle chiese, si diffonde infatti la richiesta di quadri di piccolo formato pensati per studioli e gallerie domestiche. In questi spazi si apprezzavano soggetti curiosi, enigmatici o intellettualmente stimolanti, capaci di suscitare conversazione tra gli intenditori. I temi legati alla divinazione e alla magia rispondevano perfettamente a questo gusto, poiché evocavano un mondo di saperi segreti e di pratiche misteriose. L’eredità del naturalismo caravaggesco favorì inoltre la diffusione di queste immagini: la formula della figura isolata, illuminata da una luce intensa su fondo scuro, si adattava bene alla rappresentazione di personaggi ambigui e suggestivi. In questo clima si colloca anche l’ambiente legato ad Angelo Caroselli, dove compaiono frequentemente figure di maghe, astrologi o filosofi presentate in modo teatrale ed enigmatico. La Negromante attribuita allo pseudo-Caroselli riflette proprio questo contesto culturale: una figura isolata, immersa nell’ombra e definita dalla luce, pensata per affascinare lo spettatore più che per raccontare una storia precisa. Il dipinto testimonia così il gusto collezionistico e la curiosità intellettuale che caratterizzavano una parte importante della pittura romana del primo Seicento.

Theodoor van Loon (1581 o 1582 – 1649), Matrimonio mistico di Santa Caterina d'Alessandria, Art Gallery, Perm (USSR), olio su tela, cm. 93x115

Caravaggismo ovunque

Questo quadro merita cinque minuti del tuo tempo. Sono Maria Isabella e oggi lo guardiamo insieme. 

Guardiamo il Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria (Art Gallery, Perm, USSR, olio su tela, cm. 93×115) del caravaggista fiammingo Theodoor van Loon (1581 o 1582 – 1649) e scopriamo l’influenza di Borgianni come filtro per raccogliere quella di Caravaggio. I tessuti pesanti, lucidi, con pieghe profonde e quasi vitree, il naturalismo denso e quella luce che taglia le forme modellandole con sensibilità tattile, i personaggi monumentali e ingombranti, i volti pasciuti, la scena costruita “a fregio” dove le figure si prendono tutto lo spazio, i capelli ondulati e compatti con tocchi di luce radenti.

L’evento raffigurato non è una scena biblica, ma deriva dalle leggende agiografiche della Santa, nel momento in cui si impegna spiritualmente e fisicamente col Cristo, fino al sacrificio estremo. La spada è attributo di Santa Caterina, la quale riceve l’anello del Bambino,come la ruota dentata simbolo del martirio, la croce di canna di San Giovannino, la figura anziana è Sant’Anna. Mezze figure ravvicinate, chiaroscuro, colori saturi, fisionomie carnose, volume nei capelli e nei panneggi, composizione intimista della Sacra Famiglia.

Theodoor van Loon, probabilmente nato a Bruxelles, fu pupillo di Jacob de Hase a Roma nel 1602, è unpittore fiammingo descritto come “Theodorio Vallonio” nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina a Roma nel 1607-8. Ritornato nelle Fiandre tra il 168 e il 1612, per ritornare in Italia alla fine del 1628, quando è documentato che lavora in Santa Maria dell’Anima fino all’anno successivo. Van Loon subisce forti influenze di Bassetti e Borgianni, rintracciabili attorno al 1610 e di Stormer a Roma attorno al 1630.

Le ombre profonde ed i riflessi quasi metallici, van Loon stesso ponte tra Naturalismo crudo italiano e solennità nordica. L’oscurità crea spazio, nello sfondo buio che fa esplodere le figure, la luce quasi violenta dai contrasti netti, dove volti, rughe e vesti sono molto definiti congiunge il “buio non così buio” di Caravaggio alla ricchezza cromatica di Borgianni nella Roma seicentesca avida di immagini sacre per proporci tutto in una scatola prospettica fotografica incredibilmente intima, senza distrazioni.

B. Nicolson, Caravaggism in Europe,Oxford 1979, vol. II, cat. n. 1409.

Didier Bodart, Une lettre inédite de Théodore van Looon, “Bulletins de l’Académie Royale de Belgique”  anno 1973,  55,  pp. 95-102.

Riflesso nell'acqua, Narciso di Caravaggio e la Cupola di San Pietro

Riflessi d’arte

Il riflesso della cupola di San Pietro non è solo un gioco di luce sull’acqua o sul pavimento, è un dialogo silenzioso con la storia. In questa foto, l’architettura sembra piegarsi e moltiplicarsi, come se volesse raccontare qualcosa che va oltre la materia. Ci possiamo dare il permesso non restare nel materico, liberandoci dal peso della struttura. 

Mi viene in mente Narciso di Caravaggio, dove un riflesso cattura l’istante in modo altrettanto sorprendente. Accade che lo specchio nell’acqua non si limita a replicare la realtà, la interpreta, la trasforma in qualcosa di altro, quasi legato più allo spirito che al corpo. Proprio come nella foto, l’occhio si perde tra linee e curve, tra realtà e immaginazione, tra luce naturale e artificio artistico.

La storia dell’arte ci insegna che il riflesso non è quasi mai solo un dettaglio, ma è forse il punto in cui la percezione umana incontra l’intenzione dell’artista, dove l’osservatore diventa parte dell’opera. Vi ricordate quelle riflessioni sul fatto che l’occhio dell’osservatore modificherebbe addirittura l’essenza dell’osservato? La cupola fotografata oggi e il dipinto del Seicento sembrano dire una cosa, una stessa cosa semplice e difficile al contempo, di fermarti, guardare, sorprenderti. Ci invitano all’azione, la quale anche se non portata a termine in una foto o un dipinto, è importante nella sua potenzialità. 

Guardando insieme le due immagini emerge un gioco di ritmo, tempo e prospettiva. Caravaggio congela l’attimo in una superficie liquida che sembra eterna, mentre la cupola si riflette nell’istante di una passeggiata romana, con il passaggio dei turisti e la luce che cambia per le nuvole di passaggio. Entrambe ci ricordano che il riflesso è sospensione, la pausa tra ciò che vediamo e ciò che percepiamo, un piccolo miracolo quotidiano o un capolavoro senza tempo. Nelle immagini, riflesso e realtà dialogano, facendoci capire che osservare è già creare.

Specchio e riflesso, nella storia dell’arte, rappresentano sia la Vanitas, fragilità della vita e bellezza che appassisce, che la ricerca della verità, ovvero strumento di conoscenza. Quando sto fotografando il riflesso della cupola le sto togliendo la presunzione di immortalità. Decine di persone che tentano di fare la foto del riflesso si stanno sostituendo a Narciso, volendo catturare ciò che sfugge perché ci sopravvive. La bellezza. Sì la bellezza è eterna quando non é la nostra, perché ci sopravvive. 

La Pietà di JAGO a Roma

JAGO, Pietà, in marmo statuario. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM e PR

JAGO, Pietà, in marmo statuario. Un padre stringe a se il figlio perso prematuramente. I sentimenti maschili sono stati considerati socialmente, per troppo tempo, segno di debolezza. Ma i sentimenti non hanno genere nè classe sociale sono squisitamente umani. L’artista espone il proprio animo per tirar fuori l’animo dell’osservatore. L’arte ha grande potere. ♥️ ESPOSTA a Roma nella Chiesa degli Artisti, Santa Maria in Montesanto, Piazza del Popolo, fino al 22 febbraio 2022, ingresso libero.

JAGO, Pietà, in marmo statuario. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM
JAGO, Pietà, in marmo statuario. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM
JAGO, Pietà, in marmo statuario. Con Maria Isabella Safarik. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM
JAGO, Pietà, in marmo statuario. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM
JAGO, Pietà, in marmo statuario. Roma, 2021, Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Foto SAM
Copertina Vanity Fair, maggio 2020. Articolo su JAGO

Iperrealismo a Roma: le sculture instagrammabili di Carole A. Feuerman

Iperrealismo a Roma. Carole A. Feuerman, sculture, Roma, Terrazza del Pincio
Iperrealismo a Roma. Carole A. Feuerman, “Fire & Harmony” e “Strength” , sculture, Roma, Terrazza del Pincio

POSTI INSTAGRAMMABILI. Tra le installazioni dell’estate 2021 a Roma “Fire & Harmony” e “Strength” sono le opere d’arte contemporanea più ‘instagrammabili’: sarai felice di ammirarle, fotografarle e postarle per la gioia dei tuoi follower di Instagram.

Cosa vuol dire instagrammabile? Ciò che merita di essere pubblicato e condiviso sul social. La caccia all’immagine da pubblicare segue alcune regole – da aggiungere a quelle della buona composizione, dell’interesse, dell’armonia, dell’originalità – che rendono una fotografia “speciale e interessante” sui social: la coerenza del feed, l’attualità, la compatibilità del formato, la presenza di filtri che la rendono godibile ai followers vecchi e nuovi, la definizione, i colori, la nitidezza, la luce ed un punto di vista che cattura anche l’osservatore più distratto, il coinvolgimento emotivo e la possibilità di una didascalia accattivante. Soprattutto: per conquistare i follower la personalità del creatore di contenuti è fondamentale. Quello che è artistico fuori dai social non per forza lo è sui social e viceversa. Un social fotografico è una forma d’arte ulteriore che si sovrappone al reale, sia al quotidiano che al “sogni sono desideri”. Ci sono opere d’arte fotogeniche ed altre meno, è sempre stato così, oggi questa distinzione si definisce anche “instagrammabilità”, quando un’opera finisce online. Niente paura per chi non ha una vita “social”, potete godervi queste ammalianti sculture dal vivo, nelle mie fotografie e in quelle degli appassionati. Per gli appassionati di instagram, arte contemporanea e fotografia, però, questa installazione è una chicca da non perdere.

L’installazione delle due sculture è inclusa nell’ambito del progetto espositivo “From La Biennale di Venezia & Open to Rome. International Perspectives”, e della mostra personale “Carole A. Feuerman” alla Galleria d’Arte Moderna da luglio fino al 10 ottobre 2021. Lo storico dell’arte John Spike ha definito la Feuerman “La regina del super-realismo”. La mostra é arricchita e completata appunto dalle due recenti sculture collocate nel suggestivo spazio della Terrazza del Pincio, Strength e Fire & Harmony, in bronzo e foglia d’oro, visibili fino al 21 settembre 2021, e appositamente scelte dall’artista per tentate un confronto tra il sinuoso movimento dei ballerini e la rarefazione del panorama capitolino.
Carole A. Feuerman nata nel 1945, è una scultrice e autrice americana che lavora nell’iperrealismo, vive tra New York la Florida ed ha studiato a Manhattan e a Jersey City. È tra i tre artisti fondatori ufficiali del Movimento Iperrealista alla fincon cui ha officialmente fondato il movimento alla fine degli anni 1970. La troviamo impegnata nell’insegnamento e divulgazione Ha insegnato al Metropolitan Museum of Art, al Solomon Guggenheim Museum, alla Columbia University e Grounds for Sculpture. Nel 2011 ha fondato la “Carole A. Feuerman Sculpture Foundation”. Le sue opere le troviamo al Metropolitan Museum of Art, The State Hermitage, The Fort Lauderdale Museum of Art, The Bass Museum, The Boca Ratum Museum e nella Forbes Magazine Art Collection e nelle collezioni private di Hillary Rodham Clinton, della Frederic R. Weisman Art Foundation, del Dr. Henry Kissinger, della Michael Gorbaciov Art Foundation, della Malcolm Forbes Magazine Collection e dello State Hermitage in Russia. Ha inoltre ricevuto numerosi presmi e riconoscimenti internazionali.

Instagram è anche un verbo. Non che “to instagram” o, in italiano “instagrammare”, non fosse già ampiamente utilizzato. Specialmente da certe fasce di utenza. Tuttavia senza la certificazione di un qualche importante dizionario si rimane sempre nel dubbio. A quanto pare Merriam-Webster, la casa editrice che pubblica dizionari fin dagli anni ’30 dell’Ottocento e controllata dal 1964 dall’Encyclopaedia Britannica, ha completato la trasformazione e inserito il nome dell’applicazione fondata da Kevin Systrom sotto forma di verbo fra i suoi lemmi. (Repubblica, settembre 2018)

TI CONSIGLIO: LIBRO: Iperrealisti, a cura di Gianni Mercurio, Wolfgang Becker, Louis K. Meisel, Catalogo della Mostra a Roma al Chiostro del Bramante, Roma 2003, Viviani Arte. MUSEO: MEAM, Museo Europeo d’Arte Moderna a Barcellona.

Carole A. Feuerman, "Fire & Harmony", Roma, Terrazza del Pincio, particolare della scultura
Carole A. Feuerman, “Fire & Harmony”, Roma, Terrazza del Pincio, particolare della scultura
Carole A. Feuerman, "Fire & Harmony", Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, “Fire & Harmony”, Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, "Fire & Harmony", Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, “Fire & Harmony”, Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, Strength, Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, Strength, Roma, Terrazza del Pincio, scultura
Carole A. Feuerman, Strength e Fire & Harmony, Roma, Terrazza del Pincio, sculture iperrealiste
Carole A. Feuerman, Strength e Fire & Harmony, Roma, Terrazza del Pincio, sculture iperrealiste

Arte a Roma Estate 2021: “Lo squarcio” di Palazzo Farnese dell’artista francese JR

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam
Lo SQUARCIO, Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM

L’installazione illusionistica su Palazzo Farnese “Lo squarcio” a Roma dello street artist francese JR (Parigi, 1983), come “La ferita” di Palazzo Strozzi a Firenze – sull’accessibilità ai luoghi della cultura nell’epoca del Covid-19 -, in modo da mostrarne l’interno cinquecentesco in bianco e nero, usando la tecnica del collage fotografico. JR ha una carriera di grande successo per la sua giovane età, soprattutto per il risalto conquistato nell’arte contemporanea in contesto urbano, come la sede dell’Ambasciata di Francia, addirittura sovrapposto ai siti riconosciuti nel patrimonio curturale dell’umanità (jr-art.net). Vanity Fair gli ha dedicato la copertina del 6 maggio 2020 (immagine in fondo all’articolo). L’architettura fittizia da sovrapporre alle chiese era molto usata nel Settecento in coccasione di feste, beatificazioni e canonizzazioni, inserendo elementi illusionistici teatrali e decorativi per sottolineare la solennità della cerimonia. Qui l’arte celebra se stessa, aprendosi di fronte allo spettatore, ovvero fingendone l’accessibilità, la quale fisicamente ci è stata impedina nel periodo delle restrizioni della Pandemia Mondiale. Con le riaperture si può ora approfittare di andare a vedere dal vivo i nostri beni culturali nelle città e in tutta Italia.

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM
Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM

Io: “Roma è bella perché sei circondato da cose che non puoi avere.”
Sempre io: “Roma è bella perché ti convince che puoi avere quello che vuoi.”
Ancora io: “Veramente Roma non ti convince affatto, ti appassiona.” (cit. MIS)

Installazione dell'artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam
Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto Sam

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Installazione dell’artista JR, Palazzo Farnese, Roma 2021. Foto SAM, effetto B/W tungsteno

“A lavoro nel suo laboratorio di Parigi, con il parquet a listelli e le vetrate ampie e ariose, JR sottolinea l’importanza di rimanere positivi in un momento così delicato della nostra storia: «Dobbiamo reinventarci, dobbiamo pensare subito a come possiamo cambiare il nostro modo di camminare, di elaborare, di connetterci. Per questo spero che la copertina sia d’ispirazione. In un’epoca come quella moderna in cui siamo iperconnessi è interessante riscoprirlo, almeno per questo periodo di tempo» spiega con gli occhiali a goccia e il cappello nero sulla testa. L’idea di coinvolgerlo nel progetto arriva dal direttore di Vanity Fair Italia Simone Marchetti, che contatta JR chiedendogli di mettere a disposizione il suo estro creativo per il nostro giornale. L’artista ci rimugina su e, alle 2 e 30 del mattino, invia un Whatsapp al direttore dicendogli di aver trovato l’idea giusta e di non vedere l’ora di lavorarci su. JR, dopotutto, è sempre stato un uomo ansioso di reinventarsi, di ricominciare da capo e trovare una sua dimensione. Classe 1983, Jean René inizia la sua carriera come artista di graffiti con la speranza di cambiare il mondo e di lasciare un segno nello spazio pubblico e nella società.” (Vanity Fair, “Quello che è non è quello che sembra”, 6 maggio 2020)

Copertina Vanity Fair dedicata all’artista JR, 6 maggio 2020

The Sound of Rome during Covid-19 Amazing Video

Ciò che non ti uccide ti rende più forte.
What doesn’t kill you, makes you stronger.
(Friedrich Nietzsche)
Scegli di essere ottimista. Ci si sente meglio.
Choose to be optimistic, it feels better.

(Dalai Lama)

È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.
It is the time you have wasted for your rose that makes your rose so important.
(Antoine de Saint-Exupéry)
Vedo l’acqua delle fontane, le campane suonare, gli uccelli volare, l’anima degli italiani palpitare, il cuore dei romani amarsi, non vedo il coronavirus.
I see the water of the fountains, the bells ring, the birds fly, the soul of the Italians palpitate, the heart of the Romans love each other, I don’t see the coronavirus.
(Maria isabella Safarik)

La Street Art degli architetti dell’Università La Sapienza di Roma

Disegno architettonico su Piazza Borghese a Roma. Foto Safarik Art Magazine

Disegno architettonico su Piazza Borghese a Roma. Foto Safarik Art Magazine

Gli architetti si sono avvalsi dei loro attrezzi del mestiere, strumenti di misurazione, filo, paletti e di attrezzi da cantonieri, vernice bianca e pennello, per questa installazione semipermanente davvero suggestiva. Continua a leggere

Il grande successo delle letture dantesche in cripta

Scala elicoidale (1605-11) cosiddetta del Bernini, dall'alto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dell'architetto Flaminio Ponzio. Gianlorenzo Bernini ed il padre sono da poco giunti a Roma da Napoli e la Cappella Paolina, per papa Paolo V Borghese, è la prima collaborazione ad una commissione importante, soprattutto per il giovane Gianlorenzo, che, diversamente da come si crede, non ha firmato il progetto per questa scala a chiocciola, il cui progetto è del Porzio, ma che ha fatto tesoro dell'esperienza per la successiva fabbrica in Vaticano, dove si trasforma nell'abbraccio del colonnato. Nella Basilica mariana vi è la tomba della famiglia Bernini. La scala a chiocciola è metafora perfetta per la discesa di Dante all'Inferno, il suo passaggio nel Purgatorio e la sua ascesa al Paradiso, con la simbologia del cerchio, di cui l'ellissi è la figura deformata, che porta in basso quanto in alto. Discesa e risalita da sempre affascinano l'uomo. Foto SAM

Scala elicoidale (1605-11) cosiddetta del Bernini, vista dall’alto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dell’architetto Flaminio Ponzio. Gianlorenzo Bernini ed il padre sono da poco giunti a Roma da Napoli e la Cappella Paolina, per papa Paolo V Borghese, è per loro la prima collaborazione ad una commissione importante, soprattutto per il giovane Gianlorenzo, che, diversamente da come si crede, non ha firmato questa scala a chiocciola, il cui progetto è del Porzio, ma che ha altresì fatto tesoro dell’esperienza per la successiva fabbrica in Vaticano. Nella Basilica mariana vi è la tomba della famiglia Bernini, proprio dove è stato piantato il seme di un grande trionfo artistico. La scala a chiocciola è metafora perfetta per la discesa di Dante all’Inferno, il suo passaggio nel Purgatorio e la sua ascesa al Paradiso, con la simbologia del cerchio, di cui l’ellissi è la figura deformata. Discesa e risalita da sempre affascinano l’uomo.  Foto Safarik Art Magazine.

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New Opening Rinascente Flagstore Roma: tutta Roma è qui

Rinascente new opening Flagship Store Roma. Foto Safarik Art Magazine

Rinascente new opening Flagship Store Roma. Foto Safarik Art Magazine

Roma, giovedì 12 ottobre 2017 apre il nuovo negozio Rinascente su 8 piani in Via del Tritone. Migliaia di persone partecipano alla grande festa fino a tarda sera. L’evento nell’evento è il recupero dell’Acquedotto Vergine emerso dalle fondamenta durante i lavori sul palazzo, la cui valorizzazione è stata tutta a carico della privata società committente. “La cultura prende vita” recita il sito Rinascente: “Il piano -1 presenta più di un elemento di unicità nel panorama dei department store, primo fra tutti il sito archeologico con i resti dell’Acquedotto Vergine. Un acquedotto romano inaugurato da Augusto nel 19 a.C, dedicato all’alimentazione di quasi tutte le più imponenti e grandiose fontane del centro, inclusa la Fontana di Trevi“. Continua a leggere

Fontana delle Cariatidi a Roma

Fontana delle Cariatidi - Piazza dei Quiriti - Roma. Foto Safarik Art Magazine

Fontana delle Cariatidi – Piazza dei Quiriti – Roma. Foto Safarik Art Magazine

 

Fontana delle Cariatidi – Piazza dei Quiriti – 1924 – Prati di Sant’Angelo – Roma. 
Staremo qui sedute senza aspettare. 

Le quattro figure di donne nude sedute che sorreggono la vasca superiore della fontana fecero scandalo negli ambienti più conservatori. La nudità e la postura provocante ebbero molti detrattori, i quali si erano già scagliati contro la simile ardita Fontana delle Naiadi di Piazza Esedra (della Repubblica). Lo scultore Attilio Selva collocò la sua opera nel centro della piazza circolare, a sua volta, al centro di un giardinetto intimo circolare.

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Altre notizie..

Cortili Aperti a Roma

Cortile Palazzo Del Drago, Roma, Via dei Coronari. Foto Safarik Art Magazine

Cortile Palazzo Del Drago, Roma, Via dei Coronari. Foto Safarik Art Magazine

Cortili aperti Roma: ingresso libero sabato 20 e domenica 21 maggio 2017 fino al tramonto. Trenta siti storici eccezionalmente aperti al pubblico e gratuiti. Giornata Nazionale A.D.S.I., Associazione Dimore Storiche, col patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Con il contributo di Engel & Völkers (foto rivista trimestrale GG, le più belle case nel mondo, Happy Holidays edition) ed il sostegno di Banca del Fucino. Continua a leggere

Experience Roma 2017

Experience Roma 2017, foto Safarik Art Magazine

Experience Roma 2017, foto Safarik Art Magazine

L’apparato fittizio che ho visto stamattina sulla chiesa in Via del Corso suggerisce che domenica Claudia Gerini verrà beatificata in Piazza San Pietro. L’esposizione dell’immagine è pratica comune per i santi, beati e gli ostaggi politici. L’illusione è perfetta.

La chiesa della Santissima Trinità degli Spagnoli in via dei Condotti a Roma, edificata a metà Settecento, di questo secolo contiene il gusto per l’effimero con il decoro interno ridondante di stucchi ed il trionfo del finto marmo, che sostituisce, ovunque tranne nel pavimento, quello vero in varietà di striature e colori. Il frivolo tardobarocco e rococò sceglie per le arricchire con leggerezza le proprie architetture stucchi e trucchi.

La Santa Claudia Gerini (probabilmente morta quando il mio wi-fi era rotto, il telefono scarico e la televisione guasta), a quanto pare è riconosciuta degna di ascensione al Paradiso, da dove può intercedere a favore dei fedeli che la pregano e ne viene autorizzato il culto pubblico, ovvero la pubblicità.

Il culto pubblico delle persone venerabili nel Ventunesimo secolo è sostanzialmente ormai uguale a quello del Settecento ed ha riconquistato con forza le antiche location, come le facciate delle chiese. L’esperienza estetica #roma #2017 è talmente sorprendente da essere sublime.

The Beatles: 1965 in Rome.

1965: The Beatles in Rome (Teatro Adriano). Fotografia di Carlo Riccardi in Archivio Riccardi

1965: The Beatles in Rome (Teatro Adriano). Fotografia di Carlo Riccardi in Archivio Riccardi

La mostra “1965: The Beatles in Rome” di 20 foto inedite del fotoreporter Carlo Riccardi, oggi novantenne, racconta lo storico concerto romano del fenomeno musicale planetario dei Beatles. Esposizione imperdibile presso Spazio5, Via Crescenzio 99 (a due passi da San Pietro, Roma) dal 21 aprile al 27 aprile 2017, a cura di Maurizio Riccardi e Giovanni Currado. L’Archivio Riccardi si conferma come scrigno di tesori sorprendente. Una ventata di interessanti proposte culturali di fotografia, libri, pittura e tanto altro tra storia e attualità. Continua a leggere

I volti nei tronchi di Roma scolpiti dal giovane Andrea Gandini

Andrea Gandini, Troncomorto 27, Roma, Via Cola di Rienzo, scultura in legno, 2016. Foto Safarik Art Magazine

Una delle proposte artistiche più interessanti nella Roma assopita del seondo decennio del Duemila è Andrea Gandini, giovane liceale, scultore del legno. Bello, bravo e simpatico: il Troncomorto. Aggettivi che userei per un ragazzo si adattano a meraviglia alle sue opere d’arte, i volti nel legno. Simpatico, si legga qui, nella mia visione personale, come fatto che suscita la mia attenzione. Continua a leggere